Un sistema ammalato di egoismo generazionale

patto generazionale

Di seguito l’articolo pubblicato sulla rivista Aspenia n. 40 del 2008

Viviamo in un sistema ammalato di egoismo generazionale. Nel quale i privilegi dei padri vengono pagati con il futuro dei figli, sul quale grava il terzo debito pubblico del mondo. Un egoismo che ha origini antiche e si rinnova di continuo, come ha dimostrato il Protocollo sottoscritto dal Governo e dai sindacati lo scorso anno. Un protocollo che non può essere condiviso per tante ragioni, ma soprattutto perché ha ammorbidito il famigerato scalone, per mandare in pensione due anni prima circa 150.000 lavoratori che non volevano aspettare di compiere 60 anni.Si tratta, infatti, di una scelta antistorica, egoista ed ingiusta. E’ egoista, perché manda in pensione i padri a 58 anni, mentre i figli dovranno aspettare i 70 anni. E’ antistorica, perchè in Germania, in Inghilterra e in gran parte dell’Europa si andrà ben presto in pensione a 65 anni o, come in Francia ha annunciato Sarkozy, con almeno 40 anni di contributi. E’ ingiusta perché, per finanziare l’abolizione dello scalone, aumenta i contributi a carico dei co. co. pro., sottraendo dal loro fondo previdenziale ben 3,6 miliardi € destinati a pagare le pensioni di migliaia di 58enni, pronti a svolgere lavoro nero. Ma le colpe non sono solo di questo governo e di questi sindacati. Le colpe sono di un’intera generazione che prima ha preteso diritti che non si poteva permettere e poi ne ha scaricato il costo sui figli. Perché, come insegnano Holmes e Sunstein, i diritti, tutti i diritti, anche quelli di libertà, hanno un costo e quel costo qualcuno, prima o poi, lo deve pagare. E se non lo fanno i padri allora tocca ai figli, come dimostrano le riforme degli ultimi decenni. Agli inizi e fino alla fine degli anni ’60, le riforme erano buone e belle o meglio giuste perché servivano a riconoscere a tutti i diritti che la costituzione prometteva ed erano finanziate con il prelievo fiscale. Operazione che in quel momento di sviluppo economico non creava particolari problemi, perchè il Pil cresceva e con esso il gettito fiscale. I problemi sono cominciati negli anni ’70, quando, con la contestazione sociale e la crisi energetica, è cominciata la stagnazione economica. Perché per finanziare le leggi previdenziali, quelle sull’equo canone, sulle Regioni, sul sistema sanitario nazionale e tante altre, sono aumentate le tasse che a loro volta hanno ulteriormente compresso l’economia. Ha così preso il via un perverso circolo vizioso che ben presto ha portato la pressione fiscale come l’inflazione a livelli intollerabili. Ma poiché l’appetito vien mangiando, i nostri padri, cattolici o comunisti che fossero, hanno continuato a concedersi diritti. E, per finanziarli, hanno deciso di seguire la peggiore interpretazione della teoria keynesiana, quella che consiglia di finanziare le riforme con il debito pubblico, scaricando così il costo dei diritti dei padri sulle nuove generazioni (quello che i tecnici chiamano il modello della “ripartizione”). Così, dato che il lupo perde il pelo ma non il vizio, si è andati avanti nel corso degli anni ’80, con i baby pensionati (con solo 19 anni di contributi versati alle spalle e 40 di prestazioni pensionistiche davanti) e le clausole oro.Finché il debito pubblico non è diventato il terzo del mondo e non è arrivata l”Unione Europea che, per fortuna, ha posto fine a questa spirale perversa imponendo, con i famigerati parametri di Maastricht, la riduzione del debito e quindi la riduzione dei diritti. Così il gioco è diventato un gioco a somma zero, anzi a somma negativa perché il paese era ormai drammaticamente indebitato. Un gioco tragico nel quale se si vuole riconoscere un diritto a qualcuno è necessario toglierlo a qualcun altro. Così le tasse sono tornate ad aumentare, le retribuzioni si sono fermate, salvo quelle del pubblico impiego, e si è cominciato parlare di riduzione dei diritti. Il problema è stato che la politica, di fronte ad un compito tanto difficile, ha ben presto perso il coraggio di decidere. L’Italia, che nel frattempo cominciava ad invecchiare, è diventata il paese dei veto players. Quello nel quale tutti sono abbastanza bravi per impedire agli altri di fare qualche cosa ma nessuno è sufficientemente bravo da fare qualche cosa nonostante tutti gli altri. Così, poiché la politica aveva perso il coraggio di decidere o non riusciva a superare i veti incrociati delle organizzazioni di interessi e dei sindacati, è tornata di moda la concertazione. Ogni governo della Seconda Repubblica, anche quello Berlusconi, ha avuto la sua concertazione. Che è un metodo, paralegale, di creazione del consenso attorno a determinati provvedimenti di politica economica. Si tratta di una trattativa che si svolge in stanze chiuse, tra il governo e alcune parti sociali ma ha ad oggetto i diritti di tutti, anche quelli dei giovani che però non sono mai stati fatti sedere al tavolo. Così quando si è trattato di ridurre i diritti, l’unico comun denominatore che ha cementato le diverse organizzazioni di interessi è stato l’egoismo generazionale. I padri invece di ridurre i diritti di tutti hanno preferito ridurre solamente quelli dei figli. Come, appunto, dimostra la legge Dini, vero e proprio scandalo generazionale. Da un lato ha cominciato a prelevare contributi ai parasubordinati per finanziare le pensioni dei subordinati (ad oggi si calcola che dalla gestione separata dei co.co.co. siano stati trasferiti 33 miliardi di € ai fondi dei subordinati). Dall’altro, ha introdotto uno scalone ben più inaccettabile di quello di oggi. Mentre manteneva il vecchio sistema retributivo (che manda in pensione con l’80% dell’ultima retribuzione) per i lavoratori che, al 1 gennaio 1996, già avevano maturato 18 anni di anzianità, ha condannato quelli che non avevano raggiunto la soglia al ben più povero sistema misto retributivo – contributivo (che assegnerà pensioni via via decrescenti). Per destinare quelli che, al 1 gennaio 1996, ancora non avevano un lavoro al sistema contributivo puro che, se tutto va bene, darà diritto al 50 % dell’ultima retribuzione. Considerazioni simili valgono anche per le riforme del mercato del lavoro che dovevano servire a introdurre nel sistema la flessibilità necessaria a contrastare la concorrenza dei paesi in via di sviluppo. E quindi per il pacchetto Treu, prima, e per la legge Biagi, poi, che, invece di rimodulare le tutele di tutti, hanno scaricato tutta la flessibilità richiesta dal mercato sui nuovi assunti. E così riducendo i diritti di alcuni per mantenere quelli degli altri, si è arrivati all’attuale sistema di welfare. Un welfare egoista e ingiusto che deve essere riformato nel segno dell’equità generazionale. Perché produce ingiustizie che sono diventate intollerabili. Nel mercato del lavoro protegge, con l’art. 18 e l’inamovibilità di Stato, i cinquantenni fannulloni e assenteisti mentre condanna i più giovani a barcamenarsi tra stage, contratti di inserimento, contratti a termine, co. co. pro., job sharing, job on call e tanti altri. Contratti di lavoro flessibile con retribuzioni ben più misere dei lavoratori con il posto fisso, che per la nostra generazione non esiste più. Contratti che non consentono di fare un mutuo e neanche di pagare un affitto, per andare a vivere da soli, finalmente indipendenti e lontani dalle famiglie di provenienza. Ma questo Welfare è anche scandaloso, perchè continua a versare la pensione ai falsi invalidi e ai baby pensionati che fanno lavoro nero, ma non trova risorse per finanziare una riforma degli ammortizzatori sociali degna di questo nome e men che mai quello statuto dei lavori voluto da Marco Biagi per sconfiggere la precarietà. Inoltre, il nostro welfare è ammalato di egualitarismo straccione. Tollera la discriminazione generazionale, ma fa fare carriera solo per anzianità e mai per merito, con il che distrugge gli ascensori sociali e le speranze di una via migliore. In Italia chi nasce povero ha solo il 6% di possibilità di migliorare la propria condizione sociale. Oltre ad essere egoista, ingiusto e scandaloso, il welfare nostrano è anche intasato. Ci sono 3.500.000 di pubblici dipendenti, ma non c’è posto fisso per i giovani, visto che da dieci anni c’è il blocco delle assunzioni. E poi è gerontokratico, perché di quei 3.500.000 di dipendenti pubblici solo l’8% ha meno di 35 anni. Per non parlare dell’età dei nostri politici o dei professori universitari. E stupido, ci sono migliaia di corsi di laurea che producono disoccupati, ma non si trovano le risorse per finanziare i dottorati. E maschilista, perchè, anche se non ci sono risorse per i figli, continua a mandare in pensione le donne prima degli uomini. Anche se loro vivono in media fino a 84 anni mentre noi uomini moriamo in media quattro anni prima. Insomma, un welfare che va riformato in nome dell’equità generazionale, perché i figli non possono pagare la bella vita dei padri con il loro futuro. Ma perché si cominci a fare riforme generazionalmente compatibili è necessario che i giovani smettano di lamentarsi e comincino a riflettere sulle loro colpe. E soprattutto sulla loro ignavia. Il welfare nazionale è potuto diventare tanto egoista anche perché i giovani guardavano da un’altra parte, si disinteressavano della politica. Come dimostra la sessantottina epopea dei padri. Loro hanno avuto tanto anche perché hanno trovato il coraggio di impegnarsi, noi rischiamo di perdere tutto perché ci siamo addormentati davanti alla televisione. Per questo è indispensabile che le nuove generazioni tornino alla politica. Non foss’altro che, come ricordava Tayllerand, “se non vi occupate della politica sarà la politica ad occuparsi di Voi”. Anche perché come insegna la tragedia greca e ci ricordano le lettere luterane di Pier Paolo Pasolini, spesso “le colpe dei padri ricadono sui figli”, specialmente se ereditano un sistema economico malato, indebitato e a crescita zero. E questo è ancor più vero in un mondo che corre e cresce alla velocità della luce.

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