Se l’impiegato pubblico è immobile

Di seguito l’articolo, su uno dei temi più attuali del pubblico impiego, scritto a quattro mani con Giorgio Di Giorgio e pubblicato su Lavoce.info  

Durante la crisi, il governo italiano ha giustamente privilegiato la tenuta dei conti pubblici. Questo non significa tuttavia che, all’interno del vincolo di bilancio, non esistano spazi di manovra in grado di mutare, si spera in meglio, il paese. È ovvio che ciò richiede scelte politiche nette e forti, che devono essere comunicate in modo chiaro e trasparente ai cittadini.
Se non scende la spesa pubblica, in rapporto al Pil, infatti, non ci sono margini per ridurre le imposte nel complesso.

LA MOBILITÀ NELLA RIFORMA BRUNETTA. La manovra di contenimento appena varata dal governo è un primo atto di responsabilità e va nella direzione di aprire spiragli per un futuro ritorno a politiche di sviluppo. Ma servirà di più, soprattutto se la crescita dell’economia mondiale, oggi di nuovo robusta grazie al contributo dei paesi emergenti, spingerà al rialzo i tassi di interesse, imponendo ulteriori sacrifici al paese, dato il peso del debito e i più stringenti vincoli europei.
Nell’ottica di una contrazione della spesa corrente non eccessivamente penalizzante, appare non più rinviabile un deciso impegno per favorire una maggiore mobilità nel settore pubblico. Anche senza il consenso del singolo lavoratore, è necessario riuscire a trasferire risorse dagli uffici sovradimensionati a quelli che necessitano di nuove assunzioni, rese impossibili dal vincolo di bilancio. La riallocazione efficiente delle risorse consentirà simultaneamente di sfruttare meglio e valorizzare le competenze dei lavoratori e di erogare servizi di migliore qualità.
La mobilità dovrebbe essere applicata effettivamente a tutti i livelli della pubblica amministrazione, sia centrale che locale, e riguardare anche trasferimenti tra diverse amministrazioni, mantenendo esclusivamente un criterio di salvaguardia sociale che limiti gli spostamenti all’interno della medesima provincia e garantisca almeno il mantenimento dei livelli retributivi.
A dire il vero, già la cosiddetta riforma Brunetta (decreto legislativo n. 150 del 2009) ha innovato la disciplina della mobilità sotto diversi aspetti, per conseguire una più efficiente distribuzione organizzativa delle risorse umane nell’ambito della pubblica amministrazione, con significativi riflessi sia sul contenimento della spesa pubblica, sia sull’effettività del diritto al lavoro, costituzionalmente garantito.
E ha tentato di semplificare il sistema previsto dal Testo unico n. 165 del 2001 che, stante l’inevitabile connessione della mobilità con gli atti attraverso i quali si determinano la programmazione del fabbisogno triennale del personale e le dotazioni organiche, si presenta piuttosto complicato.
Ciò nonostante, a un anno dalla riforma, lo stesso ministro Brunetta ha rilevato che ancora oggi la mobilità obbligatoria dei dipendenti pubblici non viene utilizzata e che i pochi trasferimenti di personale da un’amministrazione all’altra si verificano a seguito di richiesta del lavoratore.

INCENTIVI NECESSARI. È necessario, quindi, introdurre norme che incentivino il ricorso a tale istituto e che spingano i dirigenti a passare dalla “teoria” alla “pratica” della mobilità. In questa prospettiva, si colloca l’articolo 13 del collegato lavoro approvato definitivamente il 19 ottobre 2010, che amplia l’ambito di applicazione sia della “mobilità collettiva” che della “mobilità volontaria”. Nel primo caso, saranno attivate tutte le procedure necessarie per ricollocare il personale in esubero; nel secondo, invece, si prevede la possibilità di utilizzare in assegnazione temporanea il personale proveniente da altre pubbliche amministrazioni per un periodo non superiore al triennio.
Il ricorso alla mobilità consentirà, dunque, di rendere meno gravosi, in particolare negli uffici sottodimensionati, gli effetti sia dei blocchi dei turnover che gli sfasamenti temporali nella copertura di posizioni a seguito di procedure di concorso, limitando i danni nell’erogazione di servizi efficienti ai cittadini.
In questa prospettiva, si potrebbe prevedere un collegamento più stringente tra mobilità e turnover. Attualmente, quando un’amministrazione deve effettuare un bando per nuove assunzioni, sia pure nei limiti imposti dal blocco del turnover, è necessario solo verificare preliminarmente la disponibilità di personale presso altri enti che hanno effettuato riordini o razionalizzazioni, oppure ricorrere alla mobilità volontaria.
Si potrebbe prevedere, invece, l’obbligo per le amministrazioni di provvedere, sia pure parzialmente, alla sostituzione dei dipendenti cessati dal servizio mediante le procedure di mobilità volontarie e collettive, estese a tutta la pubblica amministrazione. Solo dopo aver adempiuto a tale obbligo, si potrebbe autorizzare la copertura dei posti residui attraverso nuove assunzioni.
In tal modo, si potrebbe iniziare a dare una concreta risposta alle aspettative dei cittadini di maggiore efficienza ed efficacia dell’azione amministrativa, senza gravare sui conti pubblici