Scuola – Un liceo normale

Pubblico con piacere le riflessioni di un papà che, preoccupato del futuro dei figli e nipoti, vorrebbe migliorare la scuola italiana. Questi i suoi suggerimenti al Ministro Gelmini. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate, potrebbe essere un primo esempio di dialogo intergenerazionale (…e per stimolare i commenti, vi invito a rivedere una scena da Amarcord di Fellini).

 

 

La scuola italiana dovrebbe essere un ascensore sociale, una fonte di redistribuzione dirigenziale e finanziaria, e la costruzione del futuro della società. La scuola italiana non dovrebbe essere uno “stipendificio”, con stipendi non dignitosi, né un parcheggio di personale sovrabbondante e poco rispettato dagli studenti e dalle loro famiglie.

 

La scuola dovrebbe formare lo studente, prepararlo alla vita e all’autosufficienza, all’uguaglianza dei punti di partenza – forse la più importante espressione di giustizia sociale.
Ma anche insegnare il senso del dovere e della disciplina, la solidarietà verso i compagni e quel senso di appartenenza concentrica di cui parlava un nostro Presidente della Repubblica, “cittadino della sua città, e allo tempo stesso dell’Italia e dell’Europa”.

 

L’Italiano dovrebbe essere il pilastro della comunicazione. Non solo la letteratura, ma la grammatica, la sintassi, la corretta pronuncia delle parole, la dizione “forte e chiara”, per ridurre le inflessioni dialettali, e l’uso dei famosi congiuntivi e condizionali.

 

Ma la lingua italiana,  che ci ha unificato culturalmente non molti secoli fa, è in grado di metterci in comunicazione “solo” con 60 milioni di persone: una piccola percentuale della popolazione mondiale.

 

Qualche tempo fa un giornalista italiano intervistava un politico irlandese a proposito del sorprendente boom economico del suo Paese. Il politico irlandese rispose: “Il boom è dovuto ai generosi aiuti della Comunità Europea, al fatto che gli irlandesi li abbiano saputi sfruttare, al basso costo del lavoro e poi…. – disse controvoglia – “E poi noi parliamo inglese”.
Il gaelico, e non l’inglese , viene considerato la “lingua patria” dell’Irlanda; l’inglese era stato imposto, anche con metodi coercitivi, da quelli che erano considerati invasori ed oppressori.
Non è quindi per simpatia politica, religiosa o culturale che gli irandesi si sono trovati anglofoni ; eppure oggi questa è la loro fortuna.
Si può diventare completamente bilingui mantenendo la propria “lingua patria”? Certamente sì: è quanto avviene in vari paesi, ad esempio quelli scandinavi.
Lo sforzo all’inizio sarebbe notevole, ma nel mondo globale è semplicemente indispensabile.

 

Oggi ci troviamo di fronte a rilevanti esuberi scolastici: dovrebbe esser presa in considerazione la possibilità di riciclare, con i dovuti supporti ed incentivi, buona parte di essi come insegnanti di inglese: un anno di tempo, molto impegno, corsi all’estero ed uso di validi mezzi audiovisivi.

 

La scuola si dovrebbe inoltre impegnare sul fronte della Rete. Abbiamo bisogno di strumenti e personale per dar modo a tutti di raggiungere la crescente massa di informazioni altrimenti inaccessibile.
E non dobbiamo dimenticare che il mondo globale è anche un mondo sempre più ipertecnologico ed ipertecnicistico. L’importanza delle Scienze e della Matematica aumenta, e dovrebbe ridimensionare il prestigio finora goduto dalle materie classiche.

 

Per finire, il mondo di oggi e di domani, è un mondo competitivo.
Merito ed eccellenza dovrebbero governarlo.

 

L’Italia potrebbe avere un Liceo speciale, che potrebbe essere chiamato Normale, per assonanza all’omonima Scuola di Pisa, con le seguenti caratteristiche:

 

  • Dovrebbe essere il più impegnativo e prestigioso
    L’accesso dovrebbe essere limitato da una seria prova d’ammissione
    Per restarvi iscritti, bisognerebbe garantire un rendimento che non scenda sotto certi minimi

Potrebbe ispirarsi all’Istituto Chateaubriand di Roma, in versione inglese, ed essere pertanto marcatamente bilingue.
Non si dovrebbe “insegnare l’inglese”, ma si dovrebbe “insegnare in inglese”.
Il greco antico non dovrebbe farne parte, ma il latino sì, per la razionalità con cui costruisce il ragionamento, ma anche per il suo legame con l’Impero Romano e con il suo concetto universalistico di  “spugna” delle Culture.

 

Per quanto riguarda le materie “identitarie”, le radici della Civiltà Occidentale andrebbero cercate nell’Antico e nel Nuovo Testamento, nel Pensiero Moderno del sei/settecento, nell’Illuminismo, nella teoria politica e nella storia della Democrazia.
Ciò che è venuto dopo può, e dovrebbe, essere studiato come vera e propria attualità.

 

Verso la fine degli studi bisognerebbe dare allo studente una formazione base di “impresa”: elementi di economia e finanza, così come una panoramica di nozioni pratiche necessarie alla vita imprenditoriale e all’avvio al lavoro.

 

Un liceo che incarnasse in tal modo un concetto di eccellenza, rappresenterebbe un potente ascensore sociale: gli studenti, di qualsiasi provenienza, avrebbero accesso a collocazioni elitarie altrimenti irraggiungibili.

Federico Magnaghi