Risiko sindacale

warhol-boot.jpgIl Riformista. E’ bastata la prima ondata di caldo per far evaporare le speranze riformiste suscitate dal voto del 13 e 14 aprile. E noi, come in un incubo, ci siamo ritrovati nello stesso paese di sempre, con lo sguardo rivolto al passato per paura di affrontare un futuro che non sembra corrispondere alle aspirazioni di un popolo dopato dalla televisione. Lo dimostrano i fatti dell’altro giorno a La Sapienza.

Quando la più grande Università d’Europa, e una delle più antiche del mondo (per inciso quella che non era riuscita ad accogliere il Papa), è stata paralizzata da un manipolo di estremisti che, per darsele di santa ragione, non hanno trovato niente di meglio che dividersi tra fasci e compagni, per rivangare, neanche fossero i loro nonni, la questione delle foibe. Ma lo dimostra anche il faticoso avvio del tavolo sulla riforma del lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione che la CGIL, ovvero la più grande organizzazione sindacale italiana, ha abbandonato dopo appena quindici minuti di confronto.

Un abbandono preoccupante, perché dettato da ragioni di forma. Secondo la Cgil, il Ministro Brunetta aveva messo attorno al tavolo troppe poche sedie, escludendo i rappresentanti delle federazioni di categoria! Ma anche pericoloso, perché rischia di dividere le confederazioni sindacali proprio nel momento in cui sembravano esserci tutte le precondizioni necessarie per fare le riforme della Costituzione, del mercato del lavoro, della pubblica amministrazione e di altri importanti settori del nostro paese.

Ma tant’è. La scelta è stata fatta e confermata ieri da Guglielmo Epifani con il discorso di apertura della conferenza organizzativa nazionale, e ora tocca misurarsi con le conseguenze. Che dipenderanno da alcune scelte e lasciano presagire diversi scenari.

Il primo e più auspicabile, ma anche il più lontano, è che la Cgil torni sui propri passi e accetti la concertazione “snella” inaugurata dal Ministro della Funzione Pubblica. Come sottolineato da Raffaele Bonanni, il metodo seguito dal Ministro non è quello ortodosso, ma in questo particolare momento la sostanza dovrebbe prevalere sulla forma, anche perché il Paese reclama le riforme e non vuole bizantinismi, come ha capito anche il PD.

Il problema è che una scelta di questo tipo, pur responsabile, implicherebbe un‘ammissione di colpa per il frettoloso abbandono della trattativa. Un’ammissione che la Cgil non sembra intenzionata a fare, specialmente nei confronti di un Governo Berlusconi.

C’è poi un secondo scenario, suggerito dalle dichiarazioni di Epifani. Poichè i tavoli per le riforme sono numerosi, la Cgil potrebbe scegliere di abbandonare quello sulla pubblica amministrazione, ma partecipare a tutti gli altri, per non essere emarginata sin dall’inizio della legislatura. Si tratta di una scelta possibile, perché eviterebbe il rischio dell’isolamento, ma comunque difficile, perché in questo caso la Cgil dovrebbe accettare una sorta di subalternità rispetto a Cisl e Uil, che non hanno abbandonato il tavolo e già avanzano le loro parole d’ordine, come quella della partecipazione dei lavoratori alle aziende.

Si giunge così al terzo scenario che secondo alcuni è il più probabile: quello conflittuale, descritto ieri da Dario di Vico dalle pagine del Corriere. Con una Cgil arroccata su posizioni conservatrici che, rivestiti i panni del veto player, sceglie di capeggiare l’opposizione al Berlusconi IV, mentre Cisl, Uil e Ugl trattano su posizioni riformiste. Si tratta di uno scenario che potrebbe portare alla Cgil qualche consenso estremista nel breve periodo, ma che alla lunga sarebbe disastrosa per tutti. Per il paese perché, come dimostra l’esperienza applicativa della legge Biagi, le leggi sul lavoro come le relazioni industriali funzionano meglio se c’è unità tra sindacati confederali. Per il sindacato in genere, perché la competizione tra Cgil da un lato e Cisl e Uil dall’altro, dividendo il fronte della trattativa, indebolirebbe i lavoratori in un momento in cui la questione salariale è un’urgenza per l’intero paese. Ma anche per la Cgil, perché, come ha dimostrato il terremoto elettorale del 13 e 14 aprile, gli italiani sono stanchi dei veto player e non capirebbero un sindacato che, per paura di un Governo ostile, si dedica alla politica e dimentica le fabbriche.