Siamo tutti outsiders


Di seguito l’articolo pubblicato sulla rivista Formiche n. 2 del 2008

Se un tempo si scendeva in piazza per le ideologie, oggi le persone si mobilitano in massa per le parolacce.

Segno inquietante di un cambio dei tempi ma soprattutto di un cambio di mentalità e di costumi che attraversa, anzi affligge, la società italiana. Nella quale la gente, perso il senso del bene comune, si appassiona e divide maleducatamente, dalle mutande di Corona alle invettive di Grillo o Borghezio.

In questo contesto, le categorie della destra e della sinistra perdono gran parte del loro senso. Se nelle canzoni di Giorgio Gaber consentivano di classificare persino il prosciutto e la mortadella, ai tempi di Calderoli e Pecoraro Scanio riescono malapena a dare conto del gerontokratico scenario politico. Segnano appartenenze e dividono gli schieramenti politici, ma nulla più.

Anche perché il liberismo, come i ministri di Sarkozy e i padroni del vapore nostrani, diventano di sinistra, mentre gli operai di Mirafiori votano per la destra e Gordon Brown incontra, in pompa magna a Downing street, la Thatcher.

Ciò non significa necessariamente che sia impossibile trovare un senso in questa società “infelice” e maleducata ma forse, e più semplicemente, che per comprenderla sia necessario ricorrere a nuovi paradigmi. E allora, tra le tante proposte, particolarmente utile potrebbe rivelarsi il ricorso al binomio insider – outsider, che consente di dare spiegazione a fenomeni politici e sociali tra i più disparati ed ha illustri teorici.

Tra questi, il primo che mi viene in mente, è Franz Kafka che, già negli anni ’20, nel “Castello” descriveva gli immani ed inutili tentativi dell’agronomo K, frustrato capostipite degli outsider, di accedere al Castello del Conte Westwest per elevarsi socialmente, esercitando la propria professione al riparo del potere. Ma di teorici ce ne sono tanti altri.

Pietro Ichino, ad esempio, ha efficacemente utilizzato il binomio per descrivere l’ingiusto dualismo che affligge il nostro mercato del lavoro, nel quale agli insider – ovvero lavoratori iper protetti che, pur fannulloni o super malati o iper assenti, vivono nella cittadella delle tutele e godono dell’art. 18 (che rappresenta le mura della cittadella) – si contrappongono gli outsider, ovvero quei lavoratori che sono costretti a sopperire, per ragioni anagrafiche, di censo o fortuna, alle troppe rigidità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato degli insider.

Ma il binomio funziona anche se si cerca di dar conto del successo dell’antipolitica o meglio della disaffezione nei confronti della cattiva politica che ha caratterizzato l’interminabile transizione verso la tante volte annunciata Seconda Repubblica.

Cosa sono, se non degli insider, gli appartenenti alla “Casta” mirabilmente descritta da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo? Cos’altro è il sistema elettorale con cui è stato eletto l’ultimo Parlamento, se non un perverso sistema di cooptazione per schiere di cortigiani?

E considerazioni simili valgono per la concertazione che serve a definire con alcune organizzazioni di interessi, gli insider appunto, i caratteri delle riforme che andranno ad incidere sui diritti di tutti e soprattutto, quando si tratta di riforme lacrime e sangue, di quelli che non siedono al tavolo concertativo, gli outsiders.

Esemplare in questo senso è la riforma previdenziale delineata nel Protocollo sul welfare del 23 luglio 2007. Finanzia l’abolizione dello “scalone” con l’aumento dei contributi dei co.co.pro. – che, se saranno fortunati, dovranno lavorare fino a 70 anni – per mandare in pensione due anni prima quei lavoratori, gli insider di turno, che non vogliono aspettare di compiere 60 anni ma, per il tramite dei sindacati, hanno concertato la riforma (con i 4,4 miliardi di € dei co.co.pro. si poteva finanziare la riforma degli ammortizzatori sociali necessaria ad evitare che la flessibilità si trasformi in precarietà!!!).

E cosa dire dei concorsi che servono a selezionare, secondo le indicazioni di padri e padrini, i farmacisti, i notai, i diplomatici e tante altre categorie di professionisti o notabili?

E non sono forse degli insider quei tassisti che ereditano la licenza e si oppongono a qualsiasi provvedimento comunale che ne conceda di nuove a chi è pronto a lavorare anche di notte e nei giorni festivi quando trovare un taxi è impossibile, persino a Roma e Milano? E quei lavoratori che fanno carriera per anzianità e rifiutano che gli aumenti retributivi vengano assegnati in base al merito?

E ancora, cosa dire di quegli imprenditori che hanno fatto shopping ai tempi delle privatizzazioni e che ora sono fermamente contrari alle liberalizzazioni? E di quei banchieri che, venuti a conoscenza del dissesto finanziario della Cirio e della Parmalat, si sono affrettati a cederne le azioni ai clienti più sprovveduti?

Il problema è che una società nella quale prosperano gli insider, piano piano declina fino alla crescita zero. E se il paese declina, i primi ad impoverirsi sono gli outsider, che già hanno poco (ed infatti solo in Turchia ed in Grecia le retribuzioni sono più povere che in Italia) ed in genere sono giovani. E se gli outsider, esclusi dal potere, si impoveriscono, dopo un po’ si arrabbiano. E quando gli outsider si arrabbiano, se non trovano i canali per riscattarsi dalla propria condizione attraverso l’impegno e il merito, è facile che diventino violenti, prima verbalmente e poi, magari, fisicamente, fino a tirare le monetine a quanti avevano liberamente eletto, com’è accaduto non troppi anni fa.

Pericolo che oggi è quanto mai attuale visto che l’Italia registra il più basso tasso di mobilità sociale dei paesi occidentali e si impoverisce giorno dopo giorno (se negli Stati Uniti un outsider ha il 20 % di possibilità di migliorare la propria condizione sociale e magari di diventare un insider, nel nostro paese quel tasso è del 6%).

Così, il vero rischio per questo paese “bloccato” nel quale, tra destre e sinistre parlamentari, gli insider prosperano e gli outsider già protestano maleducatamente, è che un giorno ci si risvegli tutti outsider, ai margini di un mondo che cresce e corre alla velocità della luce.