Le famiglie si allungano mentre il Paese rattrappisce

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Di seguito l’articolo pubblicato sul Sole24Ore di lunedì 23 maggio 2011

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Non so se ci avete fatto caso ma una delle più gravi conseguenze dell’egoismo generazionale che si è diffuso nel nostro paese è che le famiglie stanno diventando più lunghe che larghe.

Mi spiego meglio. Un tempo le famiglie erano orizzontali, nel senso che ciascuno aveva tanti fratelli e cugini e magari pochi nonni e quasi nessun bisnonno. Oggi invece si sviluppano in verticale, ciascuno ha pochi fratelli e pochi cugini, ma ha diversi nonni e magari qualche bisnonno. Ciò è dovuto ad alcuni fattori indubbiamente positivi, come il progresso della ricerca medica o il miglioramento dell’alimentazione, che hanno dilatato l’aspettativa di vita di nonni e bisnonni. Ma è anche un inquietante segno di alcune tendenze che avranno importanti ripercussioni sui nostri stili di vita. Come, primo fra tutte, il drammatico crollo del tasso di natalità. Basta prendere i dati di Eurostat del 2009 per rendersi conto che nel nostro paese, con un tasso di natalità del 9,2 per mille, il numero di nuovi nati è inferiore al numero dei deceduti. Mentre anche in altri paesi europei che pure hanno problemi simili ai nostri, i tassi di natalità sono ben più alti: Inghilterra 12,7, Spagna 12,3, Francia è il 12,9, Danimarca 11,3, Svezia 12,2. Ciò significa che in Italia ogni donna ha in media 1,41 bambini contro l’1,89 della Danimarca, il 2,02 della Francia, l’1,91 della Svezia e l’1,94 dell’Inghilterra. Il che significa che rischiamo di diventare un popolo di figli unici. Alcuni dicono che ciò dipende dal fatto che nel nostro paese mancano le strutture di assistenza, come ad esempio gli asili nido, e che le donne che lavorano non procreano perché non sanno dove lasciare i figli. E ciò è indubbiamente vero. Posto che in Italia la percentuale di Comuni che offrono il servizio di asilo nido è del 40,9%, mentre l’indicatore di presa in carico, calcolato come rapporto percentuale fra gli utenti iscritti agli asili nido e i bambini residenti fra zero e due anni, è del 10,4%. Molto lontano cioè dall’obiettivo di Lisbona del 33% entro il 2010. Ma questa spiegazione non basta. Anzitutto perché i dati OCSE relativi al 2009 dimostrano che in Italia le donne che lavorano sono poche. Il tasso di occupazione femminile è del 46.4% contro il 60% della Francia,  il 70,2% della Svezia, il 65,5% dell’Inghilterra. In secondo luogo, perché le stesse statistiche dimostrano che la riduzione della fecondità interessa soprattutto le donne di cittadinanza italiana, passate nel giro di un anno da 1,33 a 1,29 figli per donna, mentre quelle di cittadinanza straniera, che mediamente sono più povere e spesso non possono usufruire degli asili nido, hanno potentemente sostenuto la natalità nazionale procreando mediamente 2,13 figli nel 2010.

Piuttosto la causa di questo allungamento della catena familiare deve essere ricercata anche in fattori di carattere culturale. Primo fra tutti, l’egoismo generazionale di cui si è ammalata la nostra società e che ha prodotto il terzo debito pubblico del mondo. Ovvero quella tendenza, ormai calcificata persino nelle leggi, di ogni generazione a vivere solo nel breve termine, consumando quanta più ricchezza possibile senza prendersi cura di chi viene dopo. Perché, come dimostrano tutte le statistiche, la triste verità è purtroppo questa. Al giorno d’oggi, a causa dei debiti contratti da chi ci ha preceduto, procreare è diventato un lusso, soprattutto in un sistema di welfare come quello italiano. Con ogni figlio aumentano le difficoltà e peggiora la qualità di vita perché non c’è alcun “quoziente familiare” ed anzi le tasse sono troppo alte, i contratti troppo precari, mancano gli asili nido ed è difficile tirare avanti senza l’aiuto dei genitori.

Soprattutto per le donne giovani e meridionali che nessuno vuole assumere perché sono in età di maternità. Altrimenti, se le cose continueranno così, le famiglie allargate diventeranno prerogativa dei ricchissimi, che possono permettersele, o dei poverissimi, che non hanno altro, come suggerisce l’origine stessa del termine proletariato. Mentre ai giovani del ceto medio non resteranno che famiglie allungate, fatte di bisnonni che portano a scuola altrettanti nipotini unici, mentre i genitori si barcamenano da un contratto di lavoro all’altro. Ed è questo che rende urgente una nuova strategia di riforme che metta al centro dell’agenda del paese la questione dell’occupazione giovanile e, con essa, quella della tutela del lavoro femminile. Si potrebbe cominciare da una riforma fiscale che, per risanare il terzo debito pubblico del mondo, cominci a premiare i giovani che, pur lavorando, fanno figli a scapito di quanti vivono di rendita.

Perché, come dimostrano tutte le statistiche, il tasso di crescita economica di un paese si comincia a misurare dagli schiamazzi dei suoi bambini.