Lavorare per sopravvivere, indebitarsi per consumare

La repentina crisi finanziaria che ha travolto l’economia mondiale segna l’inizio della seconda fase della globalizzazione. Nella quale cambieranno i paradigmi economici, le categorie politiche e i rapporti di forza tra le diverse nazioni. L’America, con Obama, ha già annunciato di voler condividere la propria leadership con i paesi emergenti che, a loro volta, reclamano un nuovo ruolo nello scacchiere globale e vogliono superare gli equilibri cristallizzati a Bretton Woods. Mentre l’Europa, se non troverà la forza di parlare con una sola voce, rischia di diventare marginale.

In attesa di conoscere gli esiti della difficile transizione che dal G20 di Washington dovrà portare al nuovo ordine globale, l’annunciata conclusione del Doha Round entro Dicembre potrebbe segnare l’inizio di una nuova stagione di negoziati commerciali che siano anche veicolo per la diffusione dei diritti del lavoro nei paesi in via di sviluppo.
Un’opportunità per reagire ad una crisi economica, finanziaria e sociale che rischia di travolgere i ceti medi occidentali, migliorando gli standard di vita dei lavoratori dei paesi in via di sviluppo.

Per stimolare la discussione procederò per sommi capi. La prima fase della globalizzazione si basava su una mai enunciata, ma evidente nei fatti, ripartizione di competenze tra i consumatori dei paesi occidentali e i lavoratori dei paesi in via di sviluppo. I lavoratori dei paesi in via di sviluppo avevano il compito di produrre a basso costo mentre i ceti medi occidentali, con i loro consumi senza limiti, dovevano trainare verso l’alto la domanda di quei beni. Nel mezzo, le multinazionali, per produrre a costi sempre minori e soddisfare le aspettative dei ceti medi, delocalizzavano le produzioni labour intensive nei paesi in via di sviluppo, dove non c’erano diritti del lavoro e dove le retribuzioni erano incomparabilmente più basse di quelle che venivano pagate in occidente. Così si riduceva il costo dei beni, si accrescevano i profitti delle imprese, si agevolava lo sviluppo del “terzo mondo” e si soddisfava l’inappagabile bulimia dei consumatori occidentali che potevano comprare sempre più beni a prezzi sempre più economici.

Un circolo apparentemente virtuoso che, nei paesi occidentali, ha portato alla nascita di una superclasse globale, sempre più ricca, quella dei proprietari e dei dirigenti delle multinazionali, e ha consentito ad un numero sempre maggiore di persone di accedere al tenore di vita borghese, mentre, nei paesi in via di sviluppo, ha permesso a milioni di persone di lavorare per sopravvivere e comprare grano, latte, e altre materie prime.

Dopo qualche anno, questo apparente circolo virtuoso ha cominciato a manifestare alcuni effetti collaterali, di non poco conto. In particolare, ha cominciato a mettere in crisi le piccole e medie imprese che non potevano delocalizzare per abbattere i costi di produzione e, conseguentemente, quei sistemi di tutela che avevano progressivamente consentito di migliorare le condizioni di vita dei lavoratori occidentali. Sono scomparse le botteghe degli artigiani, come i negozi al dettaglio, e dalle certezze del lavoro subordinato a tempo indeterminato si è passati alla precarietà dei lavori con la data di scadenza. Perché, per poter contrastare il dumping sociale dei paesi in via di sviluppo, i sistemi economici occidentali hanno dovuto flessibilizzare la disciplina dei rapporti di lavoro e contenere il costo della manodopera.

Così le società occidentali sono diventate più liquide e paurose. Soprattutto i giovani che, stretti nella tenaglia tra precarietà, debito pubblico e aumento del prezzo dei generi di prima necessità, hanno cominciato a temere per il loro futuro e a sollevare la questione generazionale.

Nonostante queste evidenti minacce al loro tenore di vita, i lavoratori occidentali non hanno però voluto ridurre i propri consumi. Che anzi sono stati incentivati dalla permissiva politica dei tassi d’interesse portata avanti da Allen Greenspan. Dalle banche, alle assicurazioni, alle grandi società finanziarie, tutti concedevano prestiti, per poter reinvestire, grazie ai derivati finanziari e ai fondi di investimento, il flusso di capitale che proveniva dal pagamento degli interessi. Molti hanno cominciato ad acquistare titoli azionari dal grande rendimento ma anche dall’alto rischio e molti altri hanno cominciato a coltivare il sogno borghese di avere un casa di proprietà. E per realizzare questo sogno, si sono ulteriormente indebitati per comprare case il cui prezzo cresceva incessantemente, a causa dell’eccessiva domanda.

Così, i lavoratori come i professionisti e i piccoli imprenditori, hanno cominciato a destinare gran parte dei loro redditi, che nel frattempo diminuivano, al pagamento dei mutui, e per mantenere il loro tenore di vita si sono indebitati con le carte di credito.

Nei paesi in via di sviluppo, invece, a causa della mancanza di democrazia, diritti, di libertà e sociali, tutele, del lavoro e previdenziali, sindacati, partiti e organi di informazione, la crescente ricchezza prodotta è andata a beneficio di pochi e non ha determinato un miglioramento delle condizioni di vita di gran pare della popolazione. Semplificando, in quei paesi il cittadino medio è diventato lavoratore, ma non si è fatto consumatore né tanto meno borghese, rentier o azionista. Anzi, in molti casi la ricchezza prodotta è andata a vantaggio esclusivo delle amministrazioni politiche delle democrazie autoritarie, come testimonia la proliferazione dei Fondi Sovrani oppure l’ingente quota di debito pubblico americano in mani cinesi o, ancora, la crescente aggressività dei paesi in via di sviluppo sui mercati delle materie prime.

In questo contesto, mentre la produttività industriale dei lavoratori occidentali era quasi ferma, si pensi al caso dell’Italia, quella dei paesi in via di sviluppo cresceva vorticosamente. Trascinando con se anche il Pil.

Così, si è andati avanti, con le popolazioni occidentali che si indebitavano per consumare beni che non riuscivano neanche a smaltire o riciclare, e quelle dei paesi in via di sviluppo che li producevano per sopravvivere. Una ripartizione di competenze globali molto pericolosa, perchè basata sul lavoro per sopravvivere (come testimonia, in occidente, la riduzione del costo del lavoro e, in oriente, la sua mancata crescita) e sull’indebitamento per consumare (come dimostra l’ingente massa monetaria in circolazione sui mercati finanziari durante la crisi).

Ed infatti, quando, a causa della riduzione dei redditi da lavoro, i lavoratori hanno deciso di rinunciare al sogno borghese di una casa di proprietà perché a fine mese non riuscivano più a pagare le cartelle dei mutui di casa che non valevano più il valore pagato al momento dell’acquisto, tutto il sistema finanziario è andato in crisi di liquidità.

Ora, come è sotto gli occhi di tutti, la crisi finanziaria ha travolto l’economia reale, l’occupazione cala, come i redditi da lavoro dipendente e quindi i consumi dei ceti medi occidentali. I paesi occidentali rischiano la recessione e difficilmente riusciranno ad uscirne se continueranno a fare affidamento sulla capacità di consumo dei ceti medi occidentali che, come ha più volte ricordato Obama nel corso dell’ultima campagna elettorale americana, rischiano di essere le principali vittime della crisi. E difficilmente torneranno ad indebitarsi per consumare, perchè molti perderanno la casa o il posto del lavoro
Per questo, la questione della globalizzazione dei diritti torna ad essere centrale. L’economia per funzionare ha bisogno di consumatori. In occidente ce ne sono troppi e hanno troppi debiti, mentre nei paesi in via di sviluppo ce ne sono troppo pochi, nonostante la straordinaria ricchezza prodotta in questi paesi nel corso degli ultimi anni.

Ciò dipende dal fatto che, in Occidente come in Oriente, il lavoro è tutelato e pagato troppo poco.

A est, perché non ci sono più le risorse economiche e anzi bisogna pagare gli interessi sul debito pubblico. A ovest, perché, nonostante la grande ricchezza prodotta, la mancanza di democrazia e pluralismo impedisce che si sviluppino quei meccanismi redistributivi che hanno consentito la nascita e la proliferazione dei ceti medi in occidente.

In questo contesto, nel corso del G20 di Washington è stato preannunciato un importante piano di sostegno all’economia e al consumo. Speriamo che questo piano, quando diventerà concreto, si ponga anche l’obiettivo di aumentare gli standard del lavoro e conseguentemente la distribuzione della ricchezza anche tra i lavoratori dei paesi in via di sviluppo. Perché l’occidente non potrà più consumare a debito ciò che l’economia del mondo produce risparmiando sul costo e le tutele del lavoro.

Forse l’annunciata conclusione entro dicembre del famigerato Doha Round potrebbe essere un’ottima occasione per rispolverare quelle clausole sociali che, in altri tempi, sono state rifiutate dai paesi in via di sviluppo. Altrimenti intervenga l’OIL perché anche per i lavoratori dei paesi in via di sviluppo sembrerebbe giunto il momento della globalizzazione dei diritti.