La formazione di Michel Martone

Intervista a Michel Martone: 1974, professore ordinario di Diritto del lavoro

A ventinove anni, Michel Martone è diventato professore ordinario. Un caso talmente raro da finire in un articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera. Tema, appunto, le mosche bianche che nel nostro paese riescono a salire in cattedra prima dei 35 anni. Quando uscì l’articolo, a gennaio del 2007, erano nove su 18mila, lo zero virgola zero cinque per cento. Oggi, osserva Martone, “siamo ancora meno, credo che siamo rimasti in due. La situazione, incredibile a dirsi, è peggiorata”.

Lo incontriamo in una piazzetta affollata del Rione Monti, a Roma, una mattina di primavera. Fuma, ha l’aria sbarazzina e ride spesso. Nulla fa pensare che si sia spezzato la schiena per anni su indigesti tomi giuridici e che sia stato l’allievo prediletto di due mostri sacri del diritto come Matteo Dell’Olio e Mattia Persiani. Il suo lato bohèmien, osserva, con aria un po’ sorniona, “forse è merito della madre francese”.

Anche il suo blog sembra marcare la distanza con il formalismo che si associa di frequente agli studiosi della giurisprudenza. Colorato e colto, il blog di Martone è pieno di articoli e di suggerimenti un po’ particolari ai suoi allievi dell’università Luiss di Roma e dell’ateneo di Teramo. Sfogliandolo, ci si imbatte in poesie, come Itaca di Kavafis, nel consiglio a leggere il Castello di Kafka, “per evitare di nascere giuristi e morire burocrati”. O a vedere La classe operaia va in paradiso di Elio Petri, “perché quella era la fabbrica fordista” o infine ad ascoltare le Variazioni Goldberg di Bach suonate da Glenn Gould, “perchè partendo dalla tradizione si può essere rivoluzionari”. Un assaggio di come potrebbe essere l’università italiana se si aprissero le porte ai giovani. E gli studenti, tra l’altro, ricambiano: sul blog compare qua e là un rap satirico dedicato a lui o fioccano numerosi commenti ad ogni suo post.

La passione di Martone viene da lontano. Il primo approccio concreto con il diritto se lo ricorda come se fosse ieri. Era ancora bambino, il padre lo portò dal giornalaio, gli comprò le figurine e gli disse che quello era un esempio di contratto, “di un accordo tra due persone per costituire, modificare o estinguere un rapporto giuridico avente natura patrimoniale”. Il padre, che da 44 anni è magistrato, ha sempre avuto le idee chiarissime sul futuro del figlio: “sin da piccolo sono stato oggetto di una programmazione un po’ perversa. Mio padre voleva fortemente che studiassi giurisprudenza, per poi fare il magistrato e proseguire la tradizione di famiglia inaugurata da mio nonno e così sin dai primi anni della mia formazione mi ha educato alla giurisprudenza.  Un insegnamento costante e prezioso, come solo quello di un padre può essere, che, però, non mi ha portato alla magistratura, come lui sperava”. Dopo le scuole superiori, Martone si iscrive in un primo momento a Storia, poi, preso dal timore di finire disoccupato, si fa convincere a cambiare facoltà e a iscriversi a Giurisprudenza, pur continuando a non sentire la vocazione del magistrato. Sono i primi anni Novanta, e il paese, anzi il mondo, comincia una trasformazione epocale ma Martone, nonostante l’esplosione di Tangentopoli, proprio non riesce a mettersi in sintonia con le aspettative dei genitori. Per tre motivi fondamentali.

Il primo è che “lui aveva una fiducia incrollabile nel sistema e nello Stato che, nonostante gli insegnamenti paterni io non condividevo. I nostri genitori erano convinti, in generale, che se ci si impegnava, si poteva fare tutto, mentre a me sembrava che per la mia generazione le cose non sarebbero state tanto facili”. “Il secondo motivo è che non mi sentivo e non mi sento portato per giudicare gli altri, preferisco difenderli”. Il terzo motivo è che “non mi sentivo portato per il posto fisso”, anche perché in quegli anni, sulla scorta della prima globalizzazione, delle grandi privatizzazioni e dello sforzo collettivo per conquistare l’euro, “cominciavo a capire che il paese e il mercato del lavoro stavano profondamente cambiando”. “I giovani di oggi sono definiti ‘bamboccioni'”, osserva, “ma io, invece, credo che siano stati molto sfortunati perché sono  cresciuti con il miraggio e spesso con l’esempio del posto fisso e poi si sono ritrovati a dover affrontare il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego, l’arrivo dei contratti a termine e di tutti gli altri tipi di contratti con la data di scadenza nell’impiego privato. Insomma, la mia è la prima generazione che sperimenta la flessibilità e le difficoltà ad ottenere un mutuo pur essendo cresciuta con l’aspirazione del posto fisso. A tutto ciò va aggiunto che ora c’è una concorrenza fortissima: fino ai primi anni novanta l’esame da avvocato lo superava circa il 50% dei candidati, oggi invece non passa mai più del 30% di chi si presenta”.

In sostanza, torna la vecchia questione del “tradimento” delle vecchie generazioni contro le giovani. Martone si accalora, su questi temi. “L’immenso capitale privato accumulato grazie al terzo debito pubblico del mondo fanno sì che scontiamo noi le scelte fatte dalle generazioni che ci hanno preceduto. Assistiamo al progressivo spostamento in avanti dell’età del pensionamento, al passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, alla costruzione dei labirinti della precarietà, alle carriere per anzianità. Tutto questo fa sì che non solo ai giovani manchino le tutele, ma che spesso manchi  persino la speranza di poter costruire qualcosa di importante. I contributi come le tasse sono troppo alti, mentre le banche non concedono mutui a chi non ha un contratto a tempo indeterminato o una casa da dare in garanzia. E così, i giovani o emigrano oppure vengono marginalizzati”.

La biografia di Martone è cadenzata da date simboliche. Si iscrive a giurisprudenza nell’anno di Tangentopoli, quando tutti volevano fare i magistrati. Diecimila iscritti al primo anno, “un delirio” in un’università che privilegiava il nozionismo sul pragmatismo tipico dei sistemi anglosassoni”. Tuttavia, aggiunge, “frequentare l’università Sapienza, quel marasma nel quale eri un semplice numero di matricola che doveva aspettare ore per trovare un posto in un’aula ma che poi aveva la fortuna di poter seguire le lezioni di Natalino Irti, Pietro Rescigno, Berardino Libonati, Carlo Angelici, Renzo De Felice, Stefano Rodotà, Paolo Spada, Antonino Cataudella, Gaetano Calabrò, Emilio Gentile, è stata una grande lezione di vita”.

Altrettanto simbolicamente, si laurea in singolare coincidenza con l’approvazione del Pacchetto Treu. “La mia generazione è davvero la prima ad essere stata presa nel guado. Siamo cresciuti negli anni Ottanta, quando tutto andava ancora bene, c’era fiducia nel futuro, lo Stato provvedeva a te. Avevamo genitori che ci dicevano di fare i concorsi per ottenere un posto fisso. Di colpo arrivò la crisi di tangentopoli e la stagione del riformismo lacrime e sangue per soddisfare i parametri di Maastricht e ridurre la spesa pubblica e così i diritti cominciarono a diminuire, soprattutto per noi che stavamo per entrare nel mercato del lavoro. E così a causa dello shock, tornò a crescere il numero di fuoricorso, di gente cioè che si laureava sempre più tardi”. Nel passaggio, questa generazione ha preferito acquattarsi, aspettare che passasse la buriana, invece di buttarsi nella mischia. Oggi è già diverso: “Contrariamente a dieci anni fa, un ventenne sa benissimo che se non si impegna, farà una vita complicata e precaria”.

Il tema dei “bamboccioni” Martone lo conosce molto bene, è un giuslavorista ed ha passato anni proprio a studiare, a cominciare dalla tesi di laurea su “I profili di attualità della subordinazione”, i provvedimenti legislativi che hanno creato quello che lui definisce “il labirinto della precarietà” e che ha segnato il passaggio dal diritto del lavoro al diritto dei lavori. Proprio durante la redazione della tesi di laurea “conobbi uno dei professori più amati della Sapienza, Matteo Dell’Olio, professore di Diritto del lavoro presso la Facoltà di Giurisprudenza, che, una volta letta la mia tesi, mi propose di rimanere all’Università a lavorare nel suo dipartimento: qui mi resi conto di quanto quest’uomo amasse la didattica e credesse nel motto iscritto nell’aula magna della Sapienza, sopra gli affreschi di Mario Sironi: immortalis eris si sapias iuvenis, (insegna ai giovani e resterai eterno). Da Lui ho imparato l’importanza della didattica e la centralità degli studenti, che sono il cuore dell’università”.

Un giorno Dell’Olio, non potendo andare a fare una lezione sulla ‘subordinazione’ a causa di una seduta di laurea, decise di mettere alla prova quel giovane “secchioncello”. Così Martone , ancora ventitreenne, fa la sua prima lezione in una delle gigantesche e aule di giurisprudenza. Ovviamente l’idea di fare lezione ai suoi coetanei, ai suoi compagni di corso lo paralizzava. “Piano piano cominciai a parlare, cominciai a illustrare il tema della mia tesi che era incentrata proprio sulla subordinazione e ci presi gusto. Verso la fine della lezione passò a vedere cosa stavo combinando anche Mattia Persiani, un altro importante professore di diritto del lavoro che  mi chiese se volevo davvero lavorare all’Università. Io, naturalmente, risposi di sì. Il giorno dopo, alle 7 di mattina, mi chiamò per convocarmi nel suo studio: così iniziai a scrivere sotto la sua guida, tanto severa quanto preziosa. Per dieci anni, piegato sui libri, con lui che mi faceva riscrivere le cose mille volte, sempre da capo, ho scritto due libri, diverse voci enciclopediche e molti saggi accademici. Così, grazie al professor Persiani ho imparato che per realizzare i propri sogni è necessario avere il coraggio di andare oltre i propri limiti. Un insegnamento, di vita prima ancora che accademico, che porterò sempre con me”.

Dopo qualche mese dalla laurea, Martone si  trova dinanzi al problema tipico di chi ambisce a fare carriera accademica: “alla Sapienza la strada era bloccata da tantissimi assistenti che presidiavano le cattedre, aspettavano il dottorato e avevano un’anzianità superiore alla mia e così decisi di muovermi e, in attesa del concorso nella mia università, di partecipare a tutti i concorsi in giro per il Paese”. Ne fa due subito, a Padova e Modena, in entrambi supera gli scritti ma poi sceglie Modena “perché era più vicina a casa”, dove conosce anche Marco Biagi. Nel frattempo, spinto dalla madre “a fare come le cugine d’oltralpe” e grazie al magro assegno da dottorando, integrato con qualche soldo guadagnato come dog sitter, va a vivere da solo, a ventitre anni.

Dopo il dottorato ricominciò a guardarsi intorno, invece di aspettare il suo “turno” alla Sapienza, e vince nel 2000, a 26 anni, un concorso da ricercatore a Teramo. “Quella è stata l’unica volta che mio padre mi ha detto che ero stato bravo perchè vincendo il concorso da ricercatore avevo ottenuto, finalmente, un posto fisso. E questo lo tranquillizzava, non era la toga da magistrato ma valeva l’ingresso nell’accademia”.

Nello stesso periodo diviene anche avvocato, superando il famigerato scritto all’Hotel Ergife che ogni anno mette alla prova migliaia di praticanti. Dopo aver passato gli scritti, affronta un esame orale “surreale”. Un professore della commissione d’esame lo voleva bocciare proprio in diritto del lavoro perché sosteneva che la serrata era un reato: “Dopo un tira e molla di alcuni minuti dovetti concordare con il commissario d’esame. Altrimenti, niente abilitazione. Assurdo, no?”.

Martone continua a bruciare le tappe. Dopo alcuni mesi a New York per migliorare l’inglese e fare un minimo di esperienza dei sistemi anglosassoni, pubblica diverse note a sentenza e alcuni saggi tra cui la voce “concertazione” per l’Enciclopedia giuridica Treccani, grazie alla quale conosce e comincia a frequentare il padre della concertazione, Gino Giugni. Sempre negli stessi anni, pubblica il suo primo libro, Contratto di lavoro e beni immateriali, che si posiziona a metà tra il diritto industriale e il diritto del lavoro e che gli vale il concorso di professore associato. “Finalmente avevo un corso tutto mio”.

Poi, “credo nel 2003, i miei due mentori, Persiani e Dell’Olio mi dissero che dovevo ricominciare a scrivere un altro libro, e tentare di diventare professore ordinario” perché, grazie alla riforma Moratti, si aprivano nuovi spazi per i giovani nell’Università. Dopo un primo tentativo fallito, partecipa ad un concorso bandito dall’Università di Siena e ottiene l’idoneità a ventinove anni, grazie ad un’edizione provvisoria nella quale raccoglie i primi risultati di una ricerca che culminerà nel libro di cui va più fiero: Governo dell’economia e azione sindacale. Nel frattempo, però, Martone sperimenta anche il blocco delle assunzioni nelle università finchè nel 2005 viene chiamato dall’Università di Teramo, “un’università nella quale sono cresciuto e che amo molto perché mi ha sempre accolto a braccia aperte”.

“Da quando mi sono laureato ho sempre fatto il pendolare, prima tra Roma e Modena, poi, per dieci anni, tra Roma e Teramo. Tra un viaggio e l’altro, però, anche dopo la vittoria del concorso non ho mai perso l’abitudine alla scrittura. Anzi, dopo aver vinto il concorso da ordinario, lo studio si è fatto sempre più feroce, perché sapevo di dover dimostrare alla comunità accademica dei giuslavoristi che mi aveva fatto credito, che non ero solo una giovane promessa. Risultato che credo di aver raggiunto con la pubblicazione, nel 2006, del libro Governo dell’economia e azione sindacale nel prestigioso Trattato di diritto commerciale e diritto pubblico dell’economia diretto da Francesco Galgano che, nel 2007, è stato selezionato dal Club dei Giuristi tra i “Libri dell’anno nella Scienza giuridica”.

“Nonostante il pendolarismo e le infinite notti passate sui libri, io ho avuto un percorso fortunato. Faccio il mestiere più bello del mondo, insegnare nell’università, e ora, con mio fratello Thomas, ho aperto uno studio legale pieno di giovani ed energia. Ma nonostante questo mi sento solo come un panda, perché continuo a vedere che, salvo qualche eccezione, il nostro paese non crede nei giovani. Siamo circondati da una retorica giovanilistica secondo la quale i ragazzi dovrebbero essere una risorsa per il Paese. Ma per diventare tale, come insegna un maestro del calibro di Pier Luigi Celli che ho conosciuto quando, grazie al prof. Pessi, sono stato chiamato ad insegnare a contratto alla Luiss, i giovani dovrebbero avere dei maestri pronti a dedicare tempo ed energia per educarli. Io ero molto portato per lo studio, sotto la spinta di mio padre studiavo come un pazzo, ma ho anche avuto la fortuna di essere notato da due grandi maestri che avevano voglia e tempo di educarmi e correggermi. Oggi vedo invece che si sta bruciando un numero impressionante di talenti e per me è una grande sofferenza, perché serve a poco essere fortunati se tutto intorno regna l’insoddisfazione”.

“Lo vedo con mia sorella Julie, la più intelligente della famiglia, che si è laureata a ventitre anni con 110 e lode in Genetica e biologia molecolare a La Sapienza, ha superato brillantemente il concorso per il dottorato, ma da anni aspetta il bando di un concorso da ricercatore che non arriva mai. Dicono che servono biologi e genetisti, ma poi il sistema non bandisce neanche i concorsi”.

Martone ci tiene a sottolineare che “un ragazzo a ventitre anni raggiunge il massimo della sua intelligenza poi inizia a bruciare neuroni. Se a quell’età gli fai fare le fotocopie o lo lasci pascolare dentro l’Università bruci tutto il suo potenziale”. “Ecco, credo che sia questo il maggior problema del paese: brucia talenti perché non crede nei tanti giovani che sono pronti a studiare e ad impegnarsi per costruire un futuro migliore”. “Io invece resto convinto che, come mi hanno dimostrato i miei genitori con le mie nipotine, il miglior modo per insegnare a un bambino a nuotare è quello di buttarlo in acqua, forse rischierà di bere un po’, ma nella maggioranza dei casi comincerà a nuotare”.