Il rischio di un’educazione senza merito

Per fare un passo avanti, pubblico alcune considerazioni di chi di merito se ne intende
PIER LUIGI CELLI

Quei giovani persuasi che il merito non premia

itaca-celli.jpgCosa capisce oggi un giovane che sta affrontando il ciclo finale dei suoi studi e guarda il mondo così come si presenta nelle alchimie del nostro Paese, ponendosi l’interrogativo di cosa gli convenga fare per il suo lavoro e per la sua carriera? Se è uno che riflette (e compara), magari con qualche esperienza accumulata in viaggi e soggiorni all’estero, è assai probabile che maturi una disillusione precoce per come vanno le cose in casa nostra.

Lo farà riflettere, soprattutto, la scarsa rilevanza che sembrano avere (sul mercato imperfetto delle opportunità) la serietà degli impegni di studio, la qualità dei risultati, la capacità e la voglia di organizzare professionalmente i propri progetti personali. Vede la indisponibilità di istituzioni e organismi di rilievo a discriminare, cogliendo le differenze e valorizzando le diversità, con una netta propensione a valutare al ribasso ciò che l’istruzione consegna come capitale di base, mentre si approntano percorsi ad ostacoli per ogni forma di inserimento lavorativo non precario o fuori controllo.

Di qui, proprio per i migliori, la tentazione irresistibile di orientarsi verso una occupazione fuori dal proprio Paese. In contesti, comunque, dove sembra essere più facile imporsi sulla base di quello che si sa e si sa fare, senza dovere rispetti impropri per quanto non si condivide. Perdere precocemente una parte significativa delle risorse, potenzialmente più adatte all’innovazione e allo sviluppo, non è una prospettiva sana per un Paese. Ma non sembra che il problema, al di là delle retoriche ricorrenti affidate alle mozioni di principio, preoccupi più che tanto se si va a guardare le azioni messe in campo.

Questo poi ha riflessi evidenti sui comportamenti e le aspettative della parte più rilevante (quantitativamente) della popolazione giovanile, colta nella fase di transito verso l’età adulta e il mondo del lavoro.

Qui i modelli che le classi in posizioni di responsabilità, nei grandi centri di potere, esprimono e mandano in circolo, costruendo sistemi relazionali e percorsi premianti, sono pressappoco dì questo tipo: chi si adegua, adattandosi ed entrando in quelle che hanno tutto l’aspetto di moderne corti di ossequio, ha le maggiori probabilità di sistemazione. Se poi uno è abbastanza bravo (furbo?) da rendersi indispensabile in qualche segmento rilevante di quelli che il capofila controlla, la rapidità di carriera sarà assicurata come un fatto quasi dovuto. In questa prospettiva, la tessitura politica aiuta: è tornata fondamentale, infatti, per garantire l’accelerazione di ogni processo affiliativo che prelude alla sistemazione.

Questa articolazione delle prospettive professionali, su base prevalentemente relazionale, determina un ulteriore frazionamento negli orientamenti dei giovani posti di fronte ai temi dell’accreditamento lavorativo.

Una quota non indifferente capirà, da subito, che esistono concrete possibilità di saltare molti dei passaggi intermedi, se solo si adattano a non farsi troppe domande, o a porsi questioni etiche, sempre meno influenti socialmente.

C’è poi chi non ha mire internazionali e neppure, però, ha mai pensato di entrare in percorsi connotati diversamente dal mestiere appreso e dagli ambiti professionali individuati.

Non è solo questione di ambizioni. Gioca, in molti casi, la cultura familiare, la serietà dei suoi modelli di giudizio o, anche solo, una predisposizione ad adattarsi a prospettive più normali.

In questi casi, non è facile spiegare ai laureandi a quale traversata del deserto si dovranno predisporre: qualcosa che metterà a dura prova, prima che le loro effettive competenze, come sarebbe naturale, la tenuta psicologica e la capacità di reagire rispetto ad assetti che tutto sembrano premiare tranne quello per cui si è studiato e sudato.

Una società che sfoga a livello mediatico, e sui fili di una comunicazione sempre più esasperata, tutta la sua disponibilità a valutare e a promuovere, è destinata inevitabilmente a sottostimare in proprio, ma quel che è peggio a fare deprezzare dai suoi membri, ogni componente più di sostanza.

Se il tempo della carriera (qualsiasi carriera, anche la più lontana dalla propria preparazione) è accelerabile per varianti che non hanno nulla a che fare con quello “che si sa fare”, ma rimandano a quello che si può “scambiare”, è chiaro che prima o poi il messaggio passa, comincia a fermentare nelle teste e nei discorsi, per tradursi alla fine in una corsa ossessiva al posto, mediata da adesioni non professionali.

In difetto di punti di riferimento solidi e di abilità cresciute nel dialogo e nel confronto (di idee, di comportamenti, di aspirazioni, di modelli di vita), i ragazzi sviluppano, nel quotidiano, fragilità impensabili. Assorbiti da interessi frammentati, puntiformi e contraddittori, finiscono col dar vita a moduli ondivaghi di esistenza, sempre disponibili al primo approdo che li possa togliere dall’ansia di “doverci pensare”.

In questa prospettiva, la politica con i suoi derivati, l’arcipelago delle sue connessioni e il controllo dei percorsi di accesso a molti mondi professionali, può benissimo rappresentare l’approdo sicuro che legittima, a posteriori, anche bisogni che non c’erano e aspirazioni che gli studi di per sè non hanno alimentato.

Quando l’esempio di questi salti randomici (e di questi avanzamenti senza merito né gloria) finisce per consolidarsi come un archetipo che detta la morale ai comportamenti correnti, diventa poi molto dura opporre modelli costruiti sul ragionamento e sulla serietà dei percorsi professionali, là dove competenze ed esperienze dovrebbero contribuire a formare “le virtù dei migliori”.

L’impressione che si ricava è che stiamo illudendo un’intera generazione di giovani, accreditando nell’immaginario (gratificato per altro dagli esiti visibili) che ci siano tutt’altre opportunità per affermarsi rispetto alla tradizione un po’ bigotta dello studio intenso, dell’impegno, dell’uso  paziente del tempo necessario.

Se basta una bella faccia, un’età giovane e, perché no, un buon nome da spendere, per essere officiati nell’empireo che conta, senza altri meriti e senza particolari doveri, allora è bene spiegarlo subito ai nostri ragazzi nelle Università: cercate quello che va di moda, agganciatevi a qualche carro di successo e poi navigate secondo vento.

Non affannatevi a rincorrere né il sapere, così pateticamente obsoleto sul mercato degli scambi, né il rigore fuori tempo di una correttezza civile che onora ancora il merito.

È vero che così facendo perderemo ancora di più i migliori. Ma almeno, per una volta, saremo stati sinceri.

pier luigi celli

Il Messaggero, 4 luglio 2008