Il labirinto della precarietà

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di Michel Martone

Dicono che nel castello la vita sia comoda, il lavoro sicuro e l’esistenza libera e dignitosa. Dicono anche che nel castello una volta assunti si faccia carriera per anzianità e sia molto difficile essere licenziati. Pensa che, tra i castellani, il best seller del momento si intitola: “Buongiorno pigrizia. Come sopravvivere in azienda lavorando il meno possibile”.

Dicono anche che questo sia merito di un miracoloso congegno giuridico, ormai assurto al rango di vero e proprio mito: l’art. 18. Uno strano marchingegno che, forte di una tradizione giurisprudenziale consolidata, non ha eguali negli altri castelli e, dopo gli epici scontri degli ultimi anni, è ormai divenuto un simbolo nazionale.

Il vero problema è che un tempo arrivare al castello era semplice. Certo, c’era una selezione all’entrata ma, superata quella, il lavoro era garantito per tutta la vita e si andava in pensione con l’ottanta per cento dell’ultima retribuzione. E c’erano persino dei baby pensionati.

Oggi, invece, per accedere a quello splendido sistema di protezione è necessario superare un labirinto oscuro e rischioso. Lo chiamano il labirinto della precarietà e non c’è via di scampo: deve essere affrontato da tutti quelli che cercano lavoro perché gli imprenditori hanno paura dell’art. 18.

Alcuni, pochi, fortunati, meritevoli o raccomandati, trovano subito la via d’uscita. I più ci passano anni. Altri si perdono nei suoi meandri. Tutti raccontano di un luogo angoscioso, fonte di insicurezze e frustrazioni e disseminato di trappole crudeli. Sono le trappole della precarietà. Hanno nomi sempre diversi – stage, contratti di inserimento, contratti di apprendistato, contratti a termine, contratti di somministrazione, contratti di lavoro a progetto, co. co. co. – ma sono tutte accomunate dall’essere precarie. Non danno diritto alla protezione dell’art. 18. Dopo un certo periodo di tempo scadono e tu ti ritrovi al punto di partenza con qualche anno in più, qualche speranza in meno e pochi contributi previdenziali.

Quella che segue è la testimonianza di un sopravvissuto al labirinto della precarietà che ha chiesto di rimanere anonimo.

Giugno 2000

Ti laurei. Hai venticinque anni. Certo non sei più un bambino ma, tutto sommato, rientri nella media. La vita ti sembra bella. Se al posto di un centootto, ci fosse stato un bel centodieci e lode tondo, tondo, sarebbe stato meglio ma, in fondo, anche mamma e papa – che hanno fatto tanti sacrifici per farti studiare – sono contenti. Insomma, ti senti un cavaliere, magari con qualche macchia (ma chi non ne ha?), le chiavi del futuro e quelle della macchina. Certo, in televisione si parla sempre più spesso di declino, pericolo cinese, debito pubblico, riduzione del Welfare State, etc. etc. Ma in fondo pensi che noi italiani siamo dei gran furbi, che c’è una florida e rigogliosa economia sommersa, che questo è il paese più bello del mondo. E poi c’è il sole. In ogni caso, sei sicuro che riuscirai ad abbandonare quel call center nel quale ti rifugiavi per arrotondare la paghetta nei mesi in cui non si frequentava l’università – che poi non è mica vero che la frequenza serve a qualcosa. Non che lavorare nel call center sia poi così male, in fondo ti impegna solo quattro ore al giorno e quei 450 € ti consentono di toglierti un po’ di sfizi. Ti sono costati un anno di università, ma ormai è passata. Ti sei laureato, ti aspetta un florido futuro lavorativo e, intanto, ti godi le meritate vacanze.

Settembre 2001

Torni dalle vacanze. E’ ora di cercare lavoro. Tuo padre ti dice di andarti a iscrivere all’ufficio di collocamento. Gli dici che lo stanno per abolire ma dice che è meglio iscriversi lo stesso. “Non si sa mai”. Gli dici che ci andrai. E’ una bugia, ma serve a far finire questo tormento. I tuoi sono sempre più insopportabili, non vedi l’ora di andare a vivere da solo per far finire questa litania.

Nel frattempo cominci a mandare il curriculum, per posta, via internet e tramite gli amici. In attesa delle risposte, esci la sera, litighi sempre più spesso con i genitori per avere un aumento della paghetta e passi ore davanti alla televisione. Una routine che non è poi così male seppure cominci a provare un certo senso di angoscia che cresce con i mesi di disoccupazione.

Dicembre 2001

E’ fatta. Finalmente cominci a lavorare. Certo non è stato merito tuo ma di tuo padre che è riuscito a raccomandarti a quell’onorevole. Ma ti rifarai lavorando sodo e dimostrando a tutti quanto vali. D’altra parte sei pur sempre un brillante laureato in scienze della comunicazione. Certo, sono già passati sei mesi dalla laurea, ma poco importa. Certo, si tratta solo di uno stage. Non è un rapporto di lavoro, prendi solo un rimborso spese di 400 € (meno di quanto prendevi al call center) e dura solo sei mesi. Ma non si può avere tutto e subito. E poi l’onorevole ha detto a tuo padre che ci sono buone possibilità per un’assunzione.

Giugno 2002

Lo stage è finito. E non è certo stata un’esperienza entusiasmante. Hai fatto del tuo meglio ma eri l’ultima ruota del carro. Il tutor che ti doveva seguire aveva poco tempo ed in redazione tutti erano così indaffarati. “Impara con gli occhi” dicevano. Ma è difficile (pensavi tra te e te) imparare con gli occhi se si passa il proprio tempo a fare fotocopie, telefonate e ricerche sul computer. “Tutti abbiamo fatto la gavetta e poi tu sei così giovane“, dicevano. E tu eri pronto a passare le notti al lavoro, ma facendo la gavetta (pensavi sempre tra te e te) bisognerebbe imparare qualcosa, accrescere la propria professionalità e non fare tutto ciò che gli altri non hanno voglia di fare. E poi non sei più così giovane. Vai per i ventisette anni ed è già passato più di un anno dalla laurea.

Comunque sia, in redazione hanno riconosciuto che ti sei impegnato e il capo ti dice che metterà una buona parola per farti fare un contratto di lavoro a progetto. Tuo padre richiama l’onorevole e anche lui promette che ci metterà una buona parola. Per entrambi, però, se ne riparla dopo le vacanze.

In attesa, ricominci a passare le tue giornate a casa. Mamma e papa ti vogliono tanto bene ma li trovi sempre più insopportabili. Il problema è che non puoi neanche ribellarti perché non puoi rinuciare alla paghetta che ti passano ogni mese. Per fortuna ora arrivano le vacanze e ci si ripensa dopo l’estate.

Dicembre 2002

Ancora niente. Hai mandato email, fatto telefonate e rotto le scatole. E ora, il capo della redazione non ti risponde più. E neanche l’onorevole risponde più a tuo padre. Tante promesse ma niente fatti. E tu, preso dalla disperazione, torni a lavorare nel call center. Anche perchè non puoi vivere solo con i soldi che ti passano i tuoi. Questa volta, però, hanno cambiato i modelli contrattuali. Non è più un contratto di associazione in partecipazione ma un contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Ti sembra di perdere tempo ma è sempre meglio che stare a casa a guardare la televisione. E poi almeno lavori tra i giovani e c’è anche un campo da calcetto a disposizione.

Nel frattempo continui a mandare curriculum e ti sei andato ad iscrivere ad una società di lavoro interinale. Speri che serva a qualcosa e intanto la frustrazione cresce.

Marzo 2002

Il governo vuole modificare l’articolo 18. Lo consideri l’ennesimo attentato ai tuoi diritti. Decidi che è ora di combattere per un mondo migliore. Ti unisci alle proteste e partecipi alle manifestazioni. E, infine, festeggi quando il governo rinuncia alla modifica dell’articolo 18 e, con esso, alla riforma degli ammortizzatori sociali che pure dovrebbe servire ad aiutare proprio quelli che come te sono persi nel labirinto. I diritti non si toccano, soprattutto quelli degli altri.

Settembre 2002

La società di lavoro interinale ti richiama. Hai detto di no a tutte le offerte di lavoro nei call center e ti sembra che la tua perserveranza sia stata premiata. E’ una società di formazione che sembra in via di sviluppo. Certo le mansioni da svolgere non sono quelle per cui hai studiato. Il lavoro di segreteria non è certo il tuo sogno e dovrai lavorare durante l’estate. Ma almeno il compenso è dignitoso, non si tratta di un call center e poi l’importante è entrare.

Ottobre 2002

Non hanno più bisogno di te. Il contratto è scaduto ma poco male perché era un lavoro umiliante e non sopportavi più le angherie di quelli che avevano un contratto di lavoro stabile. Alcuni erano bravi ma molti altri erano insopportabili, pigri e indolenti. Non erano neanche laureati ma davano ordini ed erano arroganti e di “lavoratori interinali di passaggio ne avevano già visti tanti”.

Gennaio 2003

La vita dentro casa è diventata insopportabile. Tuo padre continua a dire che è colpa tua, che ti lamenti troppo, che sei viziato, che anche ai suoi tempi era difficile e che a lui tuo nonno, quello morto in guerra, non lo aveva mai potuto aiutare economicamente. Tua madre è più comprensiva. Tu non li sopporti più ma non sai come uscirne. Anche perché l’altro giorno a quel colloquio di lavoro a cui tenevi tanto ti hanno ripetuto per l’ennesima volta che sei troppo qualificato, che non cercano laureati e che hanno bisogno di persone giovani.

E intanto tramite il decoder entra in casa quella formidabile fonte di frustrazione che è “E Entertainment”: il “canale delle star” . Apprendi che Tara Reid spende in una sera più di quanto hai guadagnato dalla laurea e cominci a snobbare un pò meno quelli del Grande Fratello. Non hanno la laurea, riescono a stare anche 100 giorni senza leggere una riga, ma almeno, esponendosi al pubblico ludibrio, hanno trovato un lavoro e, per qualche tempo, si possono permettere la bella vita.

Marzo 2003

Quei pochi risparmi messi da parte facendo il segretario sono finiti. Non sai come fare, la tua ragazza comincia a pensare che sei un fallito. A casa non puoi più stare. Decidi di tornare al call center.

Questa volta, però, non ti accolgono più a braccia aperte. Incontri il direttore del personale che ti dice che ci sono rimasti male per l’ultimo abbandono, che non puoi considerare quel lavoro come un semplice parcheggio e che, comunque, in questo periodo non hanno bisogno di altri lavoratori. Tu lo supplichi, gli dici che ne hai bisogno. Insomma ti umili. Ma meglio umiliarsi che restare tutto il giorno a casa. Lui, però, resta inflessibile. Ti dice che vedrà cosa può fare ma di non contarci.

Luglio 2003

Hanno richiamato. Finalmente riprendi a lavorare nel call center. Non sei mai stato così contento di tornarci. Questa volta ti fanno un contratto di lavoro a progetto. Nella sostanza, però, non cambia nulla. Il lavoro è sempre lo stesso. Certo devi lavorare durante l’estate ma poco male perché tanto non hai i soldi per partire. E poi la lontananza dalla televisione riduce sensibilimente il tasso di frustrazione e migliora l’umore. Ritrovi molti colleghi di un tempo, con gli stessi problemi ma un po’ più vecchi. L’unica vera novità è che, ora, fuori dal call center, ci sono alcuni sindacalisti che distribuiscono volantini e fanno proselitismo. Dicono che siamo sfruttati, che è scandaloso che ci facciano dei contratti di lavoro a progetto e che è necessario lottare per i nostri diritti. Vorresti iscriverti ma il direttore del personale è stato chiaro: nell’azienda non c’è posto per quelli che sono iscritti al sindacato. Vorresti lottare ma devi sopravvivere. E la lotta sindacale è un lusso che non ti puoi permettere anche perché il contratto scade a settembre e tu non puoi rischiare di non essere rinnovato. Soprattutto ora che la tua ragazza comincia a parlare di orologio biologico, matrimonio e figli.

Novembre 2003

Finalmente la libertà! Dopo un’infinita serie di processi, l’inquilino moroso ha liberato l’appartamento e i tuoi ti dicono che ci puoi andare a vivere. Ma poiché loro perdono l’affitto devi rinunciare all’assegno mensile. Ti sembra giusto. E per questo torni dal direttore del personale e gli chiedi di passare full time. Questa volta è magnanimo e te lo concede. In cambio ti chiede di coprire per qualche mese il turno serale. E’ un bel sacrificio, la tua ragazza non ne è felice ma non c’è alternativa e accetti.

Gennaio 2004

Vivere nella tua casetta ti sembra un sogno ma iul lavoro di tutti i giorni è un incubo. Nonostante i turni serali, quei mille euro al mese non bastano mai. E per questo decidi di unirti a quei compagni d’univeristà che hanno deciso di mettersi in proprio facendo una società di servizi. Certo, fare l‘imprenditore è rischoso ma, visto com’è andata finora, tanto vale provarci. Piuttosto, il problema è che ti serve il capitale. Ne parli con la tua ragazza. Ti dice che è con te. Le prometti che se va bene la sposerai.

Ne parli anche con i tuoi genitori. Loro, più papa che mamma, sono, invece, contrari. Ti dicono che non ti daranno un euro, ma poco male perché tu sei deciso e pronto ad utilizzare anche l’eredità della nonna che però non basta. E, così, ti decidi ad andare a chiedere un mutuo in banca. In fondo sei correntista da anni, sanno che ti sei laureato abbastanza brillantemente. Porti con te il contratto di lavoro. Te lo chiedono. Glielo dai e loro ti dicono che non ti possono concedere il mutuo perché il contratto di lavoro a progetto non dà garanzie sufficienti. E’ a termine e, comunque, può cessare da un giorno all’altro. Ti dicono che se vuoi un mutuo devi garantire con la casa che, però, non ti appartiene. Ne riparli con i tuoi che continuano ad essere contrari. E, dopo un mesetto di accese discussioni, rinunci.

Gennaio 2004

Tragedia! Il sindacato ha fatto una denuncia all’ispettorato del lavoro. Arrivano gli ispettori che raccolgono le informazioni e ti dicono che hai diritto ad un contratto di lavoro subordinato. Fuori dal call center, il sindacato ti dice che l’era dello sfruttamento è finita. Ed invece, l’azienda chiude. Quell’infame del padrone scappa (dicono avesse accumulato un tesoro all’estero). E ora ti ritrovi di nuovo senza lavoro. Solo con la tua laurea.

Marzo 2004

Ricominci a mandare curriculum. Torni alla società di lavoro interinale che ora si chiama di somministrazione. Consulti tutte le offerte di lavoro. Navighi su internet dove in attesa della Borsa nazionale del lavoro, trovi siti come Bodyrental.com che offrono “la più conveniente manodopera del mondo”, ma in Bangladesh. Cominci ad intaccare la piccola eredità della nonna. Per fortuna la tua ragazza è stata assunta con un contratto di inserimento. La pagano meno dei suoi colleghi che svolgono le stesse mansioni ma è consentito dalla legge, non è un lavoro “nero” e comunque non ti senti più nella condizone di trattare. Devi sbancare il lunario.

Giugno 2004

Propongono a tuo padre di andare spontaneamente in pensione. Per evitare un contenzioso sul licenziamento e i rischi di una sentenza di reintegra ex art. 18, gli offrono uno scivolo di 36 mesi + il trattamento di fine rapporto + una serie di incentivi vari + un contratto di apprendistato professionale per te. Una somma immensa e un’offerta allettante. Pensi che l’art. 18 è proprio una bella invenzione e che anche tu un giorno potrai goderne.

Nel frattempo accetti. Vai a lavorare in amministrazione e cominci organizzando l’archivio. Non è il tuo sogno, non è quello per cui hai studiato ma almeno è un contratto di lavoro vero, ancora a termine ma con buone possibilità di conversione e comunque più stabile di quello di lavoro a progetto.

Gennaio 2005

Compi trent’anni. Non sei ancora diventato un castellano ma ci sei vicino. Le cose vanno bene e il capo ufficio ti ha detto che chiederà la tua assunzione. Certo, fino alla conversione del contratto dovrai abbassare la testa ma quando sarai entrato nel castello potrai finalmente accedere anche tu alle virtù taumaturgiche dell’art. 18, chiedere un mutuo, sposarti, fare dei figli, fare carriera per anzianità. Certo le pensioni si stanno riducendo e, dopo l’adozione di quella strana moneta, la busta paga è sempre più leggera. Ma l’art. 18 regge.

Marzo 2005

Ti assumono a tempo indeterminato.

Giugno 2005

Decidi di provare a fare un figlio.

Settembre 2005

Torni dalle ferie e scopri che la società è stata comprata dai cinesi.

Dicembre 2005

Si apre la procedura di mobilità. Decidi di aspettare per avere un figlio.

Febbraio 2006

Tra i criteri di scelta viene individuato quello dell’anzianità di servizio. I più giovani fuori, i più anziani dentro. Tu, ovviamente, vai fuori.

Marzo 2006

Vieni lasciato dalla ragazza che “non può più perdere tempo con un precario”. Non ti puoi più permettere di vivere da single. Torni a vivere con i tuoi, ricominci a mandare curriculum ma rispondono solo i call center.

Epilogo

Raccontano che il nostro sopravvissuto, dopo alcuni tormentati giorni di riflessione, abbia utilizzato i soldi della buonuscita per scappare. Oggi vive in un paese anglosassone. Non c’è l’art. 18 ma il contratto è a tempo indeterminato, si fa carriera per merito, ci sono i premi di produttività, può permettersi un affitto. Certo, gli mancano il sole e la famiglia ma sembra felice e non ha intenzione di tornare. Tra il miraggio dell’art. 18 e la paura di ritrovarsi di nuovo nel labirinto della flessibilità in entrata non ha dubbi. Prevale la seconda. E ora il pamphlet della Maier, quello intitolato “Buongiorno pigrizia. Come sopravvivere in azienda lavorando il meno possibile”, lo irrita.

English version:
“The labyrinth of precarity”