Il coronavirus e il rientro dei cervelli in fuga

Articolo pubblicato sul Il Messaggero di martedì 14 aprile 2020

Nel bene o nel male, il coronavirus è riuscito dove i numerosi provvedimenti sul rientro dei cervelli in fuga avevano fallito: riportare in Italia gran parte di quei 250.000 giovani che negli ultimi dieci anni sono andati all’estero.
Sono tornati e difficilmente potranno ripartire nei prossimi mesi, perché non sappiamo quanto durerà il lockdown nè tantomeno quando riapriranno le frontiere.
Se fino a ieri rimpiangevamo, con lacrime di coccodrillo, la loro partenza e si sprecavano i calcoli sul danno subito da un paese che, dopo aver speso decine di miliardi per la loro formazione, li ha visti fare la fortune delle concorrenti imprese straniere. Ora sono tornati e, nel paese più vecchio del mondo, questo straordinario esercito di giovani tornato a casa di fronte all’emergenza potrebbe dare un contributo fondamentale alla ripartenza. Per questo una delle prime domande che dovrebbe essere affrontata dalla task force governativa che si è appena insediata è come valorizzarli per evitare che, superata l’emergenza, siano nuovamente costretti ad emigrare perché, per loro, qui non c’è niente da fare. Sarebbe un errore capitale, tanto più in questa drammatica contingenza, perché rappresentano uno straordinario giacimento di competenze, capacità, energie ed idee e, se dovessero ripartire, di certo non ci sarà provvedimento sulla fuga dei cervelli in grado di farli tornare.
La gran parte di questi giovani è ben formata, coraggiosa e determinata, digitalmente attrezzata e tecnologicamente avanzata, ha acquisito all’estero conoscenze di altissimo livello e, se trovasse un lavoro o fosse messa in condizione di dare vita a una start up senza troppi costi o lungaggini burocratiche, potrebbe contribuire in maniera determinante alla ripresa e presto cominciare a pagare le tasse e i contributi necessari a finanziare il crescente debito pubblico.
Per questo è importante cominciare subito a pensare a come coinvolgerli nella fase due agevolandone l’iniziativa, valorizzandone i talenti, rimuovendo gli ostacoli burocratici (ad esempio sul riconoscimento dei titoli di studio o delle esperienze fatte all’estero), alleggerendo il cuneo fiscale che grava sul loro lavoro, finanziandone la ricerca, semplificando le procedure per far nascere nuove start up. Insomma lasciando loro lo spazio necessario a fronteggiare la straordinaria sfida che li attende.
Tanto più che, come dimostrano le statistiche, con una mortalità dello 0,3 per cento, i più giovani sono i più resistenti al virus al punto che in Inghilterra alcuni già propongono di far ricominciare a lavorare prioritariamente quelli che hanno dai venti ai trent’anni e non convivono con soggetti fragili. Anche per evitare che, come è accaduto con la Grande crisi del 2008, la disoccupazione si abbatta anzitutto sui giovani precari con un contratto di lavoro in scadenza.
Certo, probabilmente si tratta di una proposta troppo radicale e difficilmente praticabile in Italia, dove troppi giovani sono ancora costretti a vivere ancora con i genitori. Solo i virologi potranno dircelo.
Di sicuro, però, questa proposta, nella parte in cui scommette sui giovani per la fase due, ci ricorda che nessun paese potrà farcela se non ripartirà da loro perchè il coronavirus rappresenta una di quelle discontinuità della storia che non possono essere affrontate con strumenti e mentalità datate. Se è vero, con Albert Einstein, che “non possiamo cambiare le cose se continuiamo a fare tutto nello stesso modo e con le stesse persone”, di sicuro oggi il modo migliore per cambiare passo è quello di scommettere sui giovani, a cominciare da quelli che sono appena tornati in Italia, perchè sono meglio attrezzati per affrontare la nuova normalità che ci attende. Perchè oltre il coronavirus cambieranno le relazioni, che si faranno sempre più “distanziate” e digitali, i luoghi di lavoro, sempre più virtuali, il lavoro stesso, sempre più smart, e molto altro. Forse persino la nostra idea di futuro, finalmente da programmare all’insegna della sostenibilità. In fondo è anche una questione di responsabilità perchè se sotto il profilo sanitario il coronavirus minaccia anzitutto gli anziani, delle sue ricadute economiche dovranno farsi carico anzitutto le giovani generazioni proprio come le precedenti si fecero carico della ricostruzione dopo le grandi guerre.