Età pensionabile – Una proposta in 7 punti

di Federico Magnaghi

pensioni.jpg1 – A partire dal gennaio 2010 si aumenta l’età pensionabile al ritmo di un semestre di aumento ogni annualità, fino a raggiungere una età pari a quella più avanzata fra le età adottate da quattro Paesi di riferimento (Germania, Francia, Inghilterra, Danimarca) . L’ età particolarmente avanzata, raggiunta nel corso di un ventennio circa, trae motivo dal debito pubblico italiano che è altissimo ed anche dal fatto che la longevità in Italia è la più elevata d’ Europa. Se fosse necessario accelerare il processo, anziché un aumento annuale di sei mesi ogni anno, potrebbe ipotizzarsi un aumento annuale di otto mesi, così da concludere l’iter in circa quattordici anni. Lungo questo arco di tempo l’età pensionabile femminile dovrà uniformarsi a quella maschile.

2 – Ogni euro di risparmio così ottenuto va destinato agli ammortizzatori sociali oggi insufficenti, per chi perde il lavoro (precari inclusi) ed in corsi di riqualificazione; gli ammortizzatori vanno gestiti con la serietà e la severità che si riscontra nei Paesi di riferimento : due anni circa di copertura, ma perdita dei sussidi in caso di rifiuto ripetuto di accettare offerte di lavoro adeguate.

3 – Di pari passo con l’ incremento degli ammortizzatori va aumentata la flessibilità, che è soprattutto facoltà di licenziare. Occorre promuovere fra i lavoratori e nella società la rinuncia al posto definitivo, fisso da vent’anni alla pensione. A venti, trent’ anni ci si può arrampicare sulle impalcature di un alto edificio, ma a cinquanta è prudente non farlo e cambiare; magazziniere, custode di museo o altro è più adatto alll’ età. Questi cambi vanno incoraggiati, accompagnati e tutelati. E’ inoltre opportuno evitare di affidare ad un giovane ciò che può fare un anziano ed a maggior ragione affidare ad un anziano ciò che richiede l’ energia della gioventù.

4 – Con la facoltà di licenziare aumenta la propensione ad assumere, come è avvenuto in Danimarca ed in parte anche in Italia. Si riduce quindi la disoccupazione.

5 – L’ aumento dell’ occupazione comporta un aumento del Pil con relativa diminuzione del debito pubblico.

6 – La riduzione del debito pubblico permette di chiedere ragionevolmente ed ottenere un moderato aumento del deficit  da destinare, insieme a risorse di altra provenienza, all’incremento delle infrastrutture.

7 – Con l’ aumento delle infrastrutture aumenta la produttività del lavoratore e questa va collegata all’aumento dei salari.

Questa concatenazione di cause ed effetti richiede che nulla, o quasi, si disperda in rivoli di spesa collaterali, e tanto più sarà accettata in quanto più strettamente colleghi sacrifici e vantaggi sociali.