A cosa serve il sindacato?

Il sindacato nella società bloccata

a proposito di un recente libro di Pietro Ichino

sindacato.jpgDopo le denuncie di Giavazzi, Gaggi, Alesina e tanti altri dalle pagine del Corriere della Sera e gli intensidibattiti ospitati da Tito Boeri sul sito de La voce.it, la riflessione sulla società bloccata si arricchisce di un nuovo ed importante contributo con questo saggio di Pietro Ichino, pubblicato, nel 2005, da Mondatori e già approdatoalla terza edizione. Condividendo l’assunto che il sistema economico nazionale è un “meccano bloccato”, l’autore si confronta con la delicata questione di come sbloccare almeno le relazioni sindacali, ancora ferme all’assetto delineato dall’accordo concertativo del 1993.

Quasi un saggio autobiografico, protagonista indiscusso di quest’opera è, infatti, il sindacato, e soprattuttola Fiom Cgil, a cui Pietro Ichino ha dedicato tanti anni di militanza. Sin dal titolo, il sindacato di ispirazione conflittuale, quello di “lotta”, è oggetto di una critica, dura e disincatata, attraverso la ricostruzione delle vicende che hanno portato al “naufragio” della “fabbrica ideale”, quella che producevale “giulette” nel corso degli anni ’70: lo stabilimento dell’Alfa Romeo di Arese. Una critica tanto più dura perché condotta con stile brillante, (si vedano, ad esempio, le pagine dedicate al revival dell”imponibile di manodopera” e quelle sulla “immobilità insostenibile”), indicando nomi e cognomi, fatti e date e, soprattutto, responsabilità, sindacali e statali, nel fallimento del “nuovo polo della mobilità sostenibile”.

Provocatoriamente, il secondo capitolo, con la tecnica retorica “dell’amico-nemico” (o dell'”alfa e dell’omega”, pag. 102 e segg.), approfondisce le “straordinarie” vicende di Sunderland e Spring Hill dove, grazie alla responsabilità del sindacalismo di matrice anglosassone, la “globalizzazione è stata presa per il verso giusto”.

Poi, il saggio gradualmente abbandona la cronaca. La penna si fa grave nel terzo capitolo dove è portata a compimento la pars destruens e, senza tema di critiche, l’autore si avventura nella pars costruens. Ichino non abbandona lo stile divulgativo ma torna ad indossare le vesti del giurista e, uno per uno, affronta i nodi problematiciche bloccano il sistema di relazioni industriali cercando vie d’uscita e proponendo soluzioni. Si denunciano i limiti della rappresentanza sindacale nel settore privato, quelli derivanti dall’opprimente sbilanciamento della contrattazione collettiva a favore del livello nazionale di categoria, e, persino, quelli posti dalla ricerca dell’efficacia erga omnes del contratto collettivo, croce e delizia degli studiosi del diritto sindacale. Ma si propongono anche soluzioni e vie d’uscita, sempre corredate da una spiccata sensibilità de jure condendo. Entrare nel vivo delle soluzioni prospettate da Ichino richiederebbe ben altri spazi, ma per fortuna l’autore indica anche le parole d’ordine da seguire per sbloccare il sistema: il pluralismo è una “ricchezza da valorizzare” (pag. 139 e segg.); l’azione sindacale non può essere solo “conflittuale” ma deve esse anche “partecipativa” (pag. 102 e segg.e pag. 124 e segg.); si deve assegnare una rinnovata centralità strategica allacontrattazione collettiva di livello “aziendale” o territoriale da farprevalere su quella di livello nazionale; si prediligono modelli “leggeri” di intervento sulla fragile “cornice” di regole che presiede alle relazioni sindacali. Parole d’ordine e progetti di riforma che, evidentemente condizionati dagli studi accademici sull’analisi economica del diritto, contrappongono aconcezioni, ancora dogmatiche, del sindacato come strumento di lotta di classe, una visione pragmatica e realista, per adeguare l’azione sindacale alle nuove esigenzeposte dalla globalizzazione delle economie.

L’ultimo capitolo affronta le questioni del conflitto nei servizi pubblici essenziali e, soprattutto, nel settore dei trasporti “quando le istituzioni optano per il caos e la lotta sindacale diventa ribellione collettiva contro la legge”. E particolarmente “succose” sono le pagine dedicate allo sciopero come routine (pag. 170 e segg.); ai “recordman della conflittualità sindacale dell’Enav”(pag. 176 esegg.); ai “cittadini in ostaggio” (pag. 202 e segg.). Anche in questo caso la pars destruens è corredata da una pars costruens che, sotto le sembianze di una vulgata, affronta nodi caratteristici, quasi primordiali, del diritto sindacale come quello della titolarità del diritto di sciopero, ma anche questioni di grande attualità come quella dello sciopero virtuale.

Secondo il crescendo stilistico che lo caratterizza, il saggio si conclude con il linguaggio dei giuristi. L’autore non si esime dal compito costruttivo e, dopo le denunce, dedica l’appendice a tre diverseproposte di ridefinizione della “cornice” di regole che potrebbero sbloccare ilsistema delle relazioni sindacali. Un progetto di legge sulla rappresentanza sindacale e la contrattazione collettiva (pag. 229 e segg.); uno schema diaccordo-quadro collettivo sul riassetto delle relazioni sindacali in azienda (pag. 232 e segg.) e uno schema di accordo collettivo aziendale sullo sciopero virtuale ( pag. 237 e segg.). Proposte che sono state condivise da alcuni e criticate duramente da altri, ma hanno già acquisito l’indubbio merito di ravvivare la riflessione sul ruolo, e le responsabilità, del sindacato nella società bloccata.